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e quando lo evidenzi "loro" ti denunciano... Coscienza sporca?

7° Parte
CANI DEPORTATI IN GERMANIA DALLA LAV
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La battaglia di Claudia contro i canili lager

Questa storia inizia dodici anni fa su una stradina di campagna a Montelibretti, nella provincia di Roma. Claudia è a bordo della sua automobile e Leni, una randagia ostinata, sta lì in mezzo alla strada e non se ne vuole andare. Scrolla la testa perché le hanno annodato una corda di plastica che le dà fastidio. Claudia Röckl, allora ha 40 anni, è austriaca. Non ha grande esperienza di animali, il suo interesse sono soprattutto i gatti. Non sa da che parte iniziare ma decide di portarsi a casa quel fascio di pulci e pelo lercio con quella corda intorno al collo. Inizia così un rapporto che va avanti ancora oggi e che ha fatto scoprire a Claudia la sua passione per i cani, gli ultimi, quelli abbandonati, quelli che stanno chiusi in gabbie infami di canili spietati, quelli che sono ciechi, a cui manca una zampa, a cui nessuno dà attenzione e che davvero in pochi, almeno qui in Italia, adotterebbero. «Due anni dopo quel primo incontro con Leni decisi di passare un periodo in Svizzera e Germania per frequentare corsi di comportamentalista e da quel momento dedico ogni momento libero ai cani, continuando a specializzare la mia preparazione», racconta quando ci incontriamo in un appartamento nel centro di Roma. Quando, nel 2008, deve preparare una tesi per uno dei suoi corsi di formazione in Germania, decide di raccontare un giorno qualsiasi in un canile del Sud. «Fu uno choc, non avrei mai immaginato di trovare quello che ho visto in quel canile. Da quel momento è cambiata la prospettiva. Decisi di non fermarmi, andai al canile di Rieti, che soltanto dopo dure lotte riuscimmo a far chiudere, e allora ho capito quanto c'era da fare. Qui in Italia - dice - fino al 2005 era tutto approssimativo, non esistevano il passaporto per i cani, l'anagrafe, il microchip». Dall'Austria, alla Svizzera fino alla Germania. Ma qui di storia ne inizia un'altra, fatta di denunce, illazioni e indagini. Claudia nel 2009 fonda un'associazione, «Animalia Amo International», riconosciuta dalla Regione Lazio nell'aprile 2012, ma già dal 2011 sigla un protocollo d'intesa con una Onlus tedesca, Hundehilfe italien.e. V. - riconosciuta presso il tribunale tedesco di Brackenheim - di cui la stessa Claudia è socio fondatore. Insieme ad un'altra associazione tedesca liberano dal canile lager di Rieti i cani rimasti prima della chiusura definitiva. Da quel momento inizia una collaborazione Italia-Germania per far adottare i cani chiusi in strutture non sempre idonee, animali così vecchi che qui non avrebbero altro destino che morire in una gabbia. Spesso sono gli stessi Comuni a chiedere all'associazione di Claudia di occuparsi del trasferimento degli animali. Ed è per questo che scattano i sospetti su di lei e la sua associazione. Gruppi di animalisti la denunciano presso la Procura di Terni accusandola di aver portato via i cani dal canile di Stroncone (piccolo Comune del Ternano) per destinarli alla vivisezione in Germania. La procura avvia un'indagine e quando l'avvocato di Claudia, va a verificare cosa sta accadendo, scopre che l'inchiesta è stata archiviata. Un'archiviazione arrivata dopo indagini dei Nas, con intercettazioni telefoniche e accurate verifiche sulla destinazione dei cani. Sulla richiesta di archiviazione del pm si legge: «È auspicabile che le indagini svolte possano contribuire a far cessare attività di discredito poste in essere nei confronti dell'indagata e basate su semplici sospetti, e coloro che hanno la possibilità di procedere a eventuali ulteriori approfondimenti a fini diversi da quelli che persegue l'autorità giudiziaria accedano all'invito dell'indagata a verificare in loco la condizione degli animali trasferiti in Germania». Ogni volta che Claudia organizza un trasferimento di cani da qui in Germania viene bloccata da gruppi animalisti che non le risparmiano insulti e accuse pesantissime. Nel decreto del pm si legge: «L'indagata è risultata occuparsi dei cani randagi, avvalendosi della collaborazione di altre animaliste, al solo fine di garantire agli stessi una migliore condizione di vita, utilizzando denaro proprio e senza avvalersi di alcuna forma di contribuzione pubblica o proveniente da imprese (circostanza questa encomiabile e decisamente poco frequente in Italia)». E questo forse è il «reato» che molti non le perdonano: non alimentare la speculazione dei fondi pubblici, quelli che i Comuni elargiscono ai canili. «Sa come ci finanziamo?», chiede Claudia. «Quando una famiglia in Germania chiede un'adozione, facciamo verifiche sulle condizioni in cui il cane andrebbe a vivere, valutiamo se il carattere e il vissuto dell'animale sono compatibili con gli adottanti, e se ci sono le condizioni procediamo. Ma chi adotta il cane dà un contributo all'associazione che è pari alle spese sostenute per le cure e in mantenimento da quando lo abbiamo prelevato dal canile in Italia a quando viene adottato». A volte i cani devono stare lunghi periodi negli stalli tedeschi, case in cui operatori specializzati, comportamentisti e veterinari, seguono gli animali con un vissuto più difficile. «E allora spesso ci rimettiamo soldi nostri perché non possiamo chiedere cifre troppo alte, ma non importa. Quello che interessa - prosegue - sono le condizioni terribili nelle quali ancora oggi molti cani vengono tenuti qui in Italia». Quello che importa, conclude, «è il dolore profondo che provo ogni volta che vengo diffamata e insultata quando porto via i cani dall'inferno in cui vivono». Questa è la storia di Claudia. Molto diversa dalla storia della signora P. proprietaria di un canile di Roma. In un colloquio con la sua collaboratrice - finito su Youtube - ordina alla donna di preparare iniezioni letali per sopprimere dei cucciolotti sani perché «ogni cane morto è un cane in meno». Le dice di farlo presto e di nascosto.
 
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